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ECONOMIA
3 gennaio 2009
L’America e il Capitalismo..


Un mio professore del liceo diceva sempre che il sistema americano, prima o poi, sarebbe finito a causa del suo ingente debito pubblico. Sono sempre stato convinto del contrario, e senza problemi (come mio solito) gli dissi in più occasioni, che questa sua previsione era più ideologica che reale. Non si possono fare certe affermazioni, infatti, senza tenere conto di tutti i fattori in gioco, soprattutto quelli più importanti e determinanti. La forza dell’economia statunitense, a mio modesto parere, sta prima di tutto nella sua moneta: il dollaro. Il dollaro è la vera moneta internazionale. In dollari è quotato il petrolio, in dollari sono fatti i principali scambi del commercio internazionale, etc. Ecco soddisfatta la caratteristica principale per una moneta: essere accettata da tutti, e, senza ombra di dubbio, il dollaro lo è ancora. Secondo punto, il modello economico. Da sempre l’America rappresenta l’esempio principale del moderno capitalismo, dove tutti possono diventare quello che aspirano a essere. Ovviamente non è così semplice la questione. Ma senza dubbio l’impostazione mentale di una nazione fatta da una popolazione multietnica unita a un sistema legislativo funzionale alla crescita economica e per certi versi più snello e sburocratizzato di altri, hanno da sempre favorito lo sviluppo economico. La moneta e il modello. Ecco la vera forza dell’economia d’oltremare. Ma non soltanto. Si pensi, ad esempio, alla nostra bella e Vecchia Europa. Tempo fa lessi un interessante libretto di Vittorio Emanuele Parsi “L’alleanza inevitabile”, nel quale, per sommi capi, veniva esposto il fatto che l’Europa di oggi è inevitabilmente legata sia dal punto di vista geopolitico che economico agli USA. Sia per le sue mancanze in ambito politico, sia per la sua dipendenza dall’America in certi settori economici, sia per la sua unità che ha soltanto, per ora, una natura di tipo formale. Che si voglia o no, sia per colpa della sua dirigenza, sia per una sorta di “pigrizia collettiva” l’Europa non può dirsi totalmente indipendente dall’America. Questo esempio, forse troppo scarno, ma che mi permette di afferrare il concetto che voglio esprimere, ci fa capire come l’attore americano sia determinante, se non necessario, per molti altri attori della scena mondiale, come appunto per l’Europa in questo preciso caso. Oggi, come ieri, e forse ancora di più, sono convinto che il mio prof si sbagliasse. L’America, seppur in difficoltà, non è per nulla finita e come lei lo stesso capitalismo. Già, perché gli Stati Uniti sono senza dubbio la patria del capitalismo. Perciò, chi oggi prevede la fine di questo modello economico, beh, si sbaglia. Scriveva il 20 dicembre, sul Sole 24h, il premio Nobel per l’economia 2006 Edmund S. Phelps : “Nessuno tocchi il capitalismo, crea dissesti e incertezze, ma trasforma il lavoro in sfida e innovazione”, ecco fatto, ecco spiegato tutto. Questo modello economico, fino a quando la società punterà all’innovazione e allo sviluppo, non potrà finire, ma soltanto correre, perché è molto simile alla natura, il modello-paradigma di tutti i modelli. Come in natura, dopo un uragano che ha portato distruzione la vita riprende, così il capitalismo è fatto di alti e bassi, dove le crisi (ahimè, ma d’altra parte è la natura) sono funzionali alla ripresa. Sta agli uomini fare però le scelte giuste, in particolar modo sta agli attori principali, in questo caso all’America (per le ragioni sopra esposte), partire bene e fare sistema con tutti gli altri, perché il mondo di oggi è più vicino ed interconnesso che mai.
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