L’America e il Capitalismo..
Un mio professore del liceo diceva sempre che il

sistema americano,
prima o poi, sarebbe finito a causa del suo ingente debito pubblico.
Sono sempre stato convinto del contrario, e senza problemi (come mio
solito) gli dissi in più occasioni, che questa sua previsione era più
ideologica che reale. Non si possono fare certe affermazioni, infatti,
senza tenere conto di tutti i fattori in gioco, soprattutto quelli più
importanti e determinanti. La forza dell’economia statunitense, a mio
modesto parere, sta prima di tutto nella sua moneta: il dollaro. Il
dollaro è la vera moneta internazionale. In dollari è quotato il
petrolio, in dollari sono fatti i principali scambi del commercio
internazionale, etc. Ecco soddisfatta la caratteristica principale per
una moneta: essere accettata da tutti, e, senza ombra di dubbio, il
dollaro lo è ancora. Secondo punto, il modello economico. Da sempre
l’America rappresenta l’esempio principale del moderno capitalismo,
dove tutti possono diventare quello che aspirano a essere. Ovviamente
non è così semplice la questione. Ma senza dubbio l’impostazione
mentale di una nazione fatta da una popolazione multietnica unita a un
sistema legislativo funzionale alla crescita economica e per certi
versi più snello e sburocratizzato di altri, hanno da sempre favorito
lo sviluppo economico. La moneta e il modello. Ecco la vera forza
dell’economia d’oltremare. Ma non soltanto. Si pensi, ad esempio, alla
nostra bella e Vecchia Europa. Tempo fa lessi un interessante libretto
di Vittorio Emanuele Parsi “L’alleanza inevitabile”, nel quale, per
sommi capi, veniva esposto il fatto che l’Europa di oggi è
inevitabilmente legata sia dal punto di vista geopolitico che economico
agli USA. Sia per le sue mancanze in ambito politico, sia per la sua
dipendenza dall’America in certi settori economici, sia per la sua
unità che ha soltanto, per ora, una natura di tipo formale. Che si
voglia o no, sia per colpa della sua dirigenza, sia per una sorta di
“pigrizia collettiva” l’Europa non può dirsi totalmente indipendente
dall’America. Questo esempio, forse troppo scarno, ma che mi permette
di afferrare il concetto che voglio esprimere, ci fa capire come
l’attore americano sia determinante, se non necessario, per molti altri
attori della scena mondiale, come appunto per l’Europa in questo
preciso caso. Oggi, come ieri, e forse ancora di più, sono convinto che
il mio prof si sbagliasse. L’America, seppur in difficoltà, non è per
nulla finita e come lei lo stesso capitalismo. Già, perché gli Stati
Uniti sono senza dubbio la patria del capitalismo. Perciò, chi oggi
prevede la fine di questo modello economico, beh, si sbaglia. Scriveva
il 20 dicembre, sul Sole 24h, il premio Nobel per l’economia 2006
Edmund S. Phelps : “Nessuno tocchi il capitalismo, crea dissesti e
incertezze, ma trasforma il lavoro in sfida e innovazione”, ecco fatto,
ecco spiegato tutto. Questo modello economico, fino a quando la società
punterà all’innovazione e allo sviluppo, non potrà finire, ma soltanto
correre, perché è molto simile alla natura, il modello-paradigma di
tutti i modelli. Come in natura, dopo un uragano che ha portato
distruzione la vita riprende, così il capitalismo è fatto di alti e
bassi, dove le crisi (ahimè, ma d’altra parte è la natura) sono
funzionali alla ripresa. Sta agli uomini fare però le scelte giuste, in
particolar modo sta agli attori principali, in questo caso all’America
(per le ragioni sopra esposte), partire bene e fare sistema con tutti
gli altri, perché il mondo di oggi è più vicino ed interconnesso che
mai.